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Le Scuole Iniziatiche dell'Antica  Saggezza

MARTINISMO

                                
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TEMPO ED ETERNITÀ

di

GIOVANNI ANIEL S.I.I. (FABRIZIO MARIANI)

GRAN MAESTRO PASSATO DELL'ORDINE MARTINISTA UNIVERSALE

 

L'eternità, intesa come condizione entro la quale sviluppare la nostra ansia di vivere oltre i limiti che il tempo, nel nostro nascere al mondo, ci ha imposti, non è un concetto staticamente misurabile, allo stesso modo che non lo è la pluralità delle dimensioni (oltre le quattro che fanno parte del mondo della manifestazione) entro le quali ci moviamo e sulla cui realtà, confortati dalle acquisizioni della fisica quantistica nonché dalle intuizioni dei mistici, non nutriamo più dubbi; se non misurabile, però il concetto di eternità può dirsi dinamicamente acquisibile e non esiste uomo, crediamo, così lontano dalla propria centralità da non averne sperimentato, sia pure fugacemente, l'immanenza. La folgorante intuizione di Jung a proposito dell'Eucarestia cristiana può esserci di valida guida: Jung sostiene che al culmine del rito della Messa, durante l'elevazione della particola, l'officiante apre una finestra sull'Altrove, dalla quale si affaccia il Crocifisso, esaltato nell'eternità del suo sacrificio estremo. Questa esperienza, ove avvenga, è tale in quanto veicolata da un rito. Stabilito quindi, quanto meno sulla base delle affermazioni fatte da Jung, il ruolo fondamentale giocato dalla rituaria nell'operatività magica (e operazione magica può essere definita senza ombra di dubbio la cristiana transustanziazione, cioé il mutamento reale delle specie, pane e vino, in carne e sangue), ci possiamo chiedere se un approccio non episodico né casuale con l'Altrove sia possibile, prescindendo dal rito: la risposta è senz'altro positiva, anche se va subito precisato che occorre imparare a sviluppare le condizioni preliminari all'interno di sé. Dirò di più: chi riesca ad entrare non episodicamente né casualmente nell'onda dell'eternità senza passare attraverso una pratica rituale dimostra di aver operato con cura, con grazia e con rigore sui propri corpi - dal più denso al più sottile - con molto maggiore ardore di quello che si richiede a chi abbia appreso a calarsi con disciplinata attenzione in un rito qualsiasi, magico o religioso che sia. L'uomo che così opera, infatti, non ha altri punti d'appoggio oltre quelli che da se stesso è in grado di darsi e anche se non fa parte di una qualche organizzazione iniziatica, anche se non è praticante di questo o quel culto, è, senza dubbio alcuno, uscito dalla sua condizione di profano («profano», lo ricordo, è etimologicamente colui che sta «fuori del tempio») e si è incamminato con decisione lungo la strada della propria realizzazione.

 

Da Atti del Congresso Martinista - 1993 - Edizione riservata

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